Tre uomini in barca


tre-uomini-in-barca1Ho notato che la gente fa sempre giganteschi preparativi per i bagni ogni qual volta si reca in una qualsiasi località situata in prossimità dell’acqua, ma che poi, una volta arrivata, di bagni non ne fa molti.
Succede la stessa cosa quando ci si reca al mare. Io decido invariabilmente – pensando alla faccenda mentre mi trovo a Londra – che mi alzerò presto tutte le mattine e andrò a tuffarmi prima di aver fatto colazione, e religiosamente metto nella valigia un paio di mutande da bagno e un asciugatoio. Scelgo sempre un costume da bagno rosso. Mi piace immaginarmi con il costume da bagno rosso. Si addice alla mia carnagione. Ma quando arrivo al mare, in qualche modo non sento di desiderare quel tuffo mattutino così intensamente come lo desideravo quando mi trovavo in città.
All’opposto, sento di voler restare a letto fino all’ultimo momento, e poi scendo e faccio colazione. Una o due volte la virtù ha trionfato, mi sono alzato alle sei, vestendomi a mezzo, e ho preso costume da bagno e asciugatoio per poi incamminarmi lugubremente. Ma non è stato affatto piacevole. Sembra che tengano in serbo, ad aspettarmi, un vento da est particolarmente tagliente quando vado a fare il bagno nelle prime ore del mattino; inoltre scelgono tutti i ciottoli con tre spigoli affilati e li dispongono verticalmente, affilano gli scogli e ne coprono le punte con un po’ di sabbia, in modo ch’io non possa vederle, e spostano il mare portandolo tre chilometri al largo, per cui devo difendermi dal freddo cingendomi il corpo con le braccia e saltellare rabbrividendo in quindici centimetri d’acqua. E quando finalmente arrivo al mare, è tempestoso e assolutamente ostile.
Un’ondata enorme mi investe scaraventandomi, con tutta la violenza possibile, in posizione seduta su uno scoglio che è stato collocato lì appositamente per me. E, prima ch’io abbia esclamato: “Oh! Ahi!” e constatato che cosa è successo, il risucchio dell’onda mi trascina in pieno oceano. Comincio a nuotare freneticamente verso la spiaggia, e mi domando se rivedrò mai la casa e gli amici; e mi auguro di essere stato più buono con la mia sorellina (quando ero un ragazzetto, voglio dire). Proprio nel momento in cui ho ormai rinunciato a ogni speranza, un’onda rifluisce e mi lascia lungo disteso e appiattito come una stella di mare sulla sabbia; allora mi rimetto in piedi, mi volto, e mi accorgo di avere nuotato a più non posso per salvare la pelle in sessanta centimetri d’acqua. Torno indietro saltellando, mi rivesto e mi trascino fino a casa, ove devo fingere di essermi divertito.

Jerome K. Jerome, “Tre uomini in barca” (1889).

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