“American Psycho”: l’ipnoticità del disgusto


Christian Bale in un'immagine pubblicitaria del filmIl romanzo di Bret Easton Ellis in oggetto è uno dei più controversi libri dell’ultimo decennio. Scritto nel 1991, è la storia di un broker di Wall Street che passa le sue notti tra videocassette porno e cani torturati, con una spruzzatina di coca e pasticche varie, quando ha voglia. Quello che ha reso il libro così controverso è la lucidità che ha il protagonista di giorno (eccezionali i capitoli sui Genesis, Whitney Houston e Huey Lewis and the News), contrapposta alla confusione mentale che dimostra quando è in crisi “mistica”.

Patrick Bateman è un malato del salutismo e dell’eleganza che abita nello stesso palazzo di Tom Cruise. Non perde occasione, quando è a pranzo con gli amici, di criticare l’abbigliamento altrui e non dimentica mai di fare ginnastica la mattina, o di mettersi un chilo di gel sui capelli prima di uscire di casa. Per non parlare del fatto che, come tutti i suoi amici e colleghi, è convinto di essere immune a qualunque malattia, in particolare all’AIDS. La cosa è talmente portata all’eccesso che spesso risulta irritante, soprattutto perché Bateman, con tutta la coca che si pippa, fatica a riconoscere i colleghi di lavoro, ma non ha nessunissimo problema a riconoscere le firme dei capi di vestiario indossati da chi gli sta di fronte, nei minimi dettagli, di giorno come di notte, alla luce come in penombra:

Montgomery viene verso di noi. Indossa un blazer bleu marin con bottoni in finta tartaruga, camicia a righine in cotone crespato, con impunture rosse, cravatta di Hugo Boss in seta stampata, pirotecnica, rossa, bianca e blu, e pantaloni di Lazo color prugna, con quadruplice plissettatura sul davanti e tasche oblique.

E ancora:

Entra Reed Thompson, in doppio petto a quadri, a quattro bottoni, camicia di cotone blu dell’Interwoven, leggermente volgari, e scarpe nere di Ferragamo con mascherina, identiche alle mie. Ha le mani curatissime. In una mano stringe il “Wall Street Journal”. Appeso all’altro braccio, ha un soprabito di tweed balmacaan di Bill Kaiserman.

E poi è clamorosa la sua mania (sua e dei suoi colleghi) di frequentare solo i ristoranti più alla moda, con dei menu veramente incredibili: cacciagione con salsa allo yogurt, felci dolci con fettine di mango, sashimi con formaggio pecorino, anatra affumicata con sciroppo d’acero, salmone alla griglia con aceto al mirtillo e guacamole, ravioli alle uova di asola con  composta di mele, polpettone al sugo di chevre, snapper rossi con violette e pinoli, zuppa di burro d’arachidi con anatra affumicata e zucchine a rondelle… E questo è solo l’inizio…

La cosa curiosa è che le sue azioni criminali, anzi la sua natura psicopatica, si intrufola attraverso quasi dei messaggi mentali nelle situazioni meno prevedibili:

Come secondo, Anne e Scott hanno insistito che tutti si ordinasse salmone rosso annerito e scottato, che è una specialità del Deck’s Chair. Per loro fortuna, era appunto uno dei piatti che la mia segretaria mi aveva consigliato. In caso contrario, e semmai quei due avessero insistito perché lo ordinassi ugualmente, sarei piombato a casa loro, nel cuore della notte, verso le due – dopo Late Night with David Letterman – e li avrei accoppati con una scure. Prima avrei obbligato Anne ad assistere alla lenta agonia del marito; poi, dopo aver fatto a pezzi pure lui, sarei andato a Exeter a versare una bottiglia di acido muriatico sulla faccia da cretino con gli occhi a mandorla del loro figlio adottivo.

Questo è il massimo che potrete trovare, almeno per le prime 150 pagine, poi diventa peggio dei capitoli più efferati de Le 120 giornate di Sodoma. E gli scatti di violenza di Bateman sono talmente inaspettati che anche gli altri personaggi, quando Bateman ne parla, non gli prestano attenzione, quasi che in realtà avesse pensato una cosa ma ne avesse detta un’altra.

American Psycho è un libro veramente pesante, ma anche ipnotico, proprio per via dello stile con cui è scritto. Nonostante si fatichi ad intuire lo scorrere del tempo (la storia dura più di un anno) l’azione cattura il lettore fin dall’inizio, anche se poi il finale non è pienamente convincente. Se vi piacciono gli horror belli potenti non dovete assolutamente lasciarvelo scappare, prima che esca il film, ma un consiglio: state lontani dall’edizione dei Grandi Tascabili Bompiani tradotta da Pier Francesco Paolini, che ha riempito il lavoro di termini dialettali – per lo più toscani, ma anche milanesi e romaneschi – e ha dimostrato in diverse occasioni di essere quanto meno timorato di Dio (mai una volta che l’imprecazione “Jesus” sia tradotta, per non parlare di “goddamnit“) e di avere una conoscenza dell’inglese americano tutt’altro che perfetta (pare ignori completamente il fatto che l’esotico “dumpster” non sia altro che un cassonetto dell’immondizia).

(Alberto Cassani, Aprile 1999)

Il romanzo di Bret Easton Ellis in oggetto è uno dei più controversi libri dell’ultimo decennio. Scritto nel 1991, è la storia di un broker di Wall Street che passa le sue notti tra videocassette porno e cani torturati, con una spruzzatina di coca e pasticche varie, quando ha voglia. Quello che ha reso il libro così controverso è la lucidità che ha il protagonista di giorno (eccezionali i capitoli sui Genesis, Whitney Houston e Huey Lewis and the News), contrapposta alla confusione mentale che dimostra quando è in crisi “mistica”.

Patrick Bateman è un malato del salutismo e dell’eleganza che abita nello stesso palazzo di Tom Cruise. Non perde occasione, quando è a pranzo con gli amici, di criticare l’abbigliamento altrui e non dimentica mai di fare ginnastica la mattina, o di mettersi un chilo di gel sui capelli prima di uscire di casa. Per non parlare del fatto che, come tutti i suoi amici e colleghi, è convinto di essere immune a qualunque malattia, in particolare all’AIDS. La cosa è talmente portata all’eccesso che spesso risulta irritante, soprattutto perché Bateman, con tutta la coca che si pippa, fatica a riconoscere i colleghi di lavoro, ma non ha nessunissimo problema a riconoscere le firme dei capi di vestiario indossati da chi gli sta di fronte, nei minimi dettagli, di giorno come di notte, alla luce come in penombra: “Montgomery viene verso di noi. Indossa un blazer bleu marin con bottoni in finta tartaruga, camicia a righine in cotone crespato, con impunture rosse, cravatta di Hugo Boss in seta stampata, pirotecnica, rossa, bianca e blu, e pantaloni di Lazo color prugna, con quadruplice plissettatura sul davanti e tasche oblique”. E ancora “Entra Reed Thompson, in doppio petto a quadri, a quattro bottoni, camicia di cotone blu dell’Interwoven, leggermente volgari, e scarpe nere di Ferragamo con mascherina, identiche alle mie. Ha le mani curatissime. In una mano stringe il ‘Wall Street Journal’. Appeso all’altro braccio, ha un soprabito di tweed balmacaan di Bill Kaiserman”. E poi è clamorosa la sua mania (sua e dei suoi colleghi) di frequentare solo i ristoranti più alla moda, con dei menu veramente incredibili: cacciagione con salsa allo yogurt, felci dolci con fettine di mango, sashimi con formaggio pecorino, anatra affumicata con sciroppo d’acero, salmone alla griglia con aceto al mirtillo e guacamole, ravioli alle uova di asola con  composta di mele, polpettone al sugo di chevre, snapper rossi con violette e pinoli, zuppa di burro d’arachidi con anatra affumicata e zucchine a rondelle… E questo è solo l’inizio.

La cosa curiosa è che le sue azioni criminali, anzi la sua natura psicopatica, si intrufola attraverso quasi dei messaggi mentali nelle situazioni meno prevedibili: “Come secondo, Anne e Scott hanno insistito che tutti si ordinasse salmone rosso annerito e scottato, che è una specialità del Deck’s Chair. Per loro fortuna, era appunto uno dei piatti che la mia segretaria mi aveva consigliato. In caso contrario, e semmai quei due avessero insistito perché lo ordinassi ugualmente, sarei piombato a casa loro, nel cuore della notte, verso le due – dopo Late Night with David Letterman – e li avrei accoppati con una scure. Prima avrei obbligato Anne ad assistere alla lenta agonia del marito; poi, dopo aver fatto a pezzi pure lui, sarei andato a Exeter a versare una bottiglia di acido muriatico sulla faccia da cretino con gli occhi a mandorla del loro figlio adottivo”. Questo è il massimo che potrete trovare, almeno per le prime 150 pagine, poi diventa peggio dei capitoli più efferati de “Le 120 giornate di Sodoma”. E gli scatti di violenza di Bateman sono talmente inaspettati che anche gli altri personaggi, quando Bateman ne parla, non gli prestano attenzione, quasi che in realtà avesse pensato una cosa ma ne avesse detta un’altra.

“American Psycho” è un libro veramente pesante, ma anche ipnotico, proprio per via dello stile con cui è scritto. Nonostante si fatichi ad intuire lo scorrere del tempo (la storia dura più di un anno) l’azione cattura il lettore fin dall’inizio, anche se poi il finale non è pienamente convincente. Se vi piacciono gli horror belli potenti non dovete assolutamente lasciarvelo scappare, prima che esca il film, ma un consiglio: state lontani dall’edizione dei Grandi Tascabili Bompiani tradotta da Pier Francesco Paolini, che ha riempito il lavoro di termini dialettali – per lo più toscani, ma anche milanesi e romaneschi – e ha dimostrato in diverse occasioni di essere quanto meno timorato di Dio (mai una volta che l’imprecazione “Jesus” sia tradotta, per non parlare di “goddamnit”) e di avere una conoscenza dell’inglese americano tutt’altro che perfetta (pare ignori completamente il fatto che l’esotico “dumpster” non sia altro che un cassonetto dell’immondizia).

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