Mi chiamo Samuel


«Ma tu perché sei nero?»
Il bambino è carino e mi chiede questo, proprio questo. Sto registrando un programma televisivo per i ragazzi e lui è tra il pubblico, a pochi centimetri da me. Forse sono un suo eroe. Mi ha detto che è tifoso dell’Inter. Sicuramente mi vuole bene. Mi guarda e aspetta una risposta.
«Ma tu perché sei nero?»

Il problema è che non so cosa rispondere. Quella domanda mi spiazza. «Sono nero come tu sei bianco. Perché i miei genitori sono neri e io sono nato da loro. Un giorno magari nella tua famiglia ci sarà qualcuno come me. Comunque sia, il mondo è soltanto uno.»
Questo avrei dovuto dirgli, invece ho fatto un sorriso un po’ ebete, spiazzato, come molti portieri di fronte a un mio tiro. Il razzismo per me è solo ignoranza. Nel senso vero della parola.
Mi ricordo molti anni fa che in qualche piccolo villaggio della Spagna, dove non c’era stata immigrazione, i bambini si avvicinavano e ti sfioravano la pelle. Incuriositi e al tempo stesso impauriti da qualcosa che non conoscevano. Sarà stato il sole? O il fuoco? Ti sei abbronzato troppo…?
Per questo è importante spiegare, conoscere, viaggiare. Grazie al calcio non ho avuto solo la fortuna di diventare ricco e famoso, ma soprattutto quella di girare il mondo e imparare lingue che prima non conoscevo. Oggi parlo doualese (le persone del resto del Camerun non capiscono una parola…), camerunese, francese e spagnolo. In italiano e pure in inglese mi difendo. Quando smetterò di giocare potrei aprire un’agenzia di traduzioni… Grazie al calcio ho avuto gioie pazzesche. Però ho sentito pure un sacco di “buuu” che non avevano proprio senso.
A Saragozza nel 2005, ad esempio. I tifosi avversari mi trattano come una scimmia, mi fanno il verso. Bene, ho pensato, hanno pagato il biglietto per vedere una scimmia, facciamogliela vedere. Così, dopo il gol, ho esultato in quella maniera, e Deco, bianchissimo, ha fatto lo stesso assieme a me. Grazie fratello. La cosa incredibile è che poco prima della partita una bambina bianca mi aveva consegnato una lettera, dicendo che avrebbe voluto scambiare il colore della sua pelle con il mio per non farmi sentire ogni volta quell’orrore. Che poi di solito i “buuu” mi fanno giocare meglio. Mi gasano, fanno salire l’adrenalina a mille. Intendiamoci, non è un mio problema personale. Semmai io devo dire grazie alla natura che mi ha fatto nascere così, mi ha dato velocità e forza per diventare un grande giocatore. Ma i ragazzi neri che vendono la frutta al mercato, o passeggiano in spiaggia vendendo oggetti di ogni tipo per arrivare al giorno dopo, chi li difende?
Per questo bisogna parlare, incontrarsi, viaggiare. Chi ama il calcio per davvero non può essere razzista. Il nostro gioco conosce una lingua sola, una razza unica, quella di chi lo ama e impiega ogni energia per correre più veloce, tirare più forte o dribblare un avversario, oppure, come nel caso dei tifosi, pensa già alla prossima partita, sogna la finale, o un derby vinto all’ultimo minuto. Perciò non si può far finta di niente. L’anno dopo a Saragozza mi fanno proprio incazzare. Urlano, fanno il verso della scimmia, tirano le noccioline. A un certo punto decido che è troppo. Sono furioso. Mi fermo e minaccio di uscire. «No juego mas, no mas» urlo. Non gioco più. Arriva Ronaldinho e mi dice una cosa bellissima.
«Hermano, fratello, io sono nero come te. Se tu esci, esco anche io…»
C’è anche Frank Rijkaard. «Non te ne andare, Samu. Lo fanno perché hanno paura. Perché sanno che tu puoi cambiare la partita. Ti chiedo di fare questo. Rimani in campo e fammela vincere.»
Vicino a me c’era Alvaro, un difensore del Saragozza. Lo indico, guardate, è nero esattamente come me. Un’altra scimmia…? Poi decido che Frank aveva ragione. Rimango in campo e vinco la partita, faccio l’azione che provoca il rigore dell’1-0, segnato da Ronnie. Tutti i miei compagni, pure il portiere, vengono ad abbracciarmi. Alla fine della partita la sanzione per il Saragozza sono novemila euro di multa… Ridicolo.
Da quel giorno se ne è parlato molto di più, almeno in Spagna. Un polverone che però ha finito a volte per darmi un po’ fastidio. Qualcuno mi trattava come se fossi uno ossessionato da quell’argomento. Come se non fosse un problema enorme, per tutti. A un certo punto decido che era meglio smettere di parlarne e di esprimere i miei sentimenti. Ma il problema rimane. Io sono un calciatore, non mi trattano come un “negro”, ma come Samuel Eto’o. Eppure, fuori dal calcio e lontano dalle telecamere molte altre persone di colore sono vittima del razzismo e nessuno ne parla. A Cagliari quest’anno l’arbitro è stato bravissimo. Hanno cominciato con Maicon a fare quel verso. Ho sentito qualcosa anch’io, ma mi fa meno effetto adesso. Tagliavento ha fermato la partita con grande sensibilità. E finita 1-0, con un gran gol mio. Adrenalina.
I giornalisti hanno il dovere di insegnare, tutti dobbiamo educare. Uno spettatore non va a vedere le scimmie, va a vedere bianchi e neri giocare a pallone, divertirsi e divertire. Magari uno che prima mi urla “buuu” dalla tribuna poi mi chiede pure l’autografo. Assurdo.
Il mondo è soltanto uno. Una mezcla, come dicono gli spagnoli. Un insieme di storie che si fondono, che entrano in contatto, che comunicano.
Eppure in tanti hanno sofferto solo per il colore della pelle. Sono stati uccisi. O messi in prigione.
Nelson Mandela l’ho incontrato due volte nella mia vita. La prima è stata per un evento legato alla mia Fondazione. Nella seconda si festeggiava un suo compleanno. Si avvicina. «Ma sei giovane Samuel, in televisione sembri più vecchio.» L’idea che lui mi abbia visto, che sappia chi sono, mi riempie di orgoglio e di gioia. E’ la persona con più carisma che io abbia mai incontrato nella mia vita. Il più grande combattente che abbia mai conosciuto. Ci ha insegnato a non mollare mai. A vivere pensando sempre al domani. A perdonare chi ci fa del male. […]
La mia casa di Milano è piuttosto diversa da quella di Douala. Adesso vivo all’ultimo piano, non potrei fuggire dalla finestra per andare a giocare in strada. Ma il pensiero della mia terra non mi lascia mai. Ci sono maschere, quadri, libri, fotografìe. Oggetti che contano solo fino a un certo punto. Il resto, tutto quello che vale veramente, è nella testa e nel cuore. Per questo stasera, se mi incontrerete nelle vie di Milano o di qualsiasi altra città europea, se ci stringeremo la mano o faremo una foto insieme o vi firmerò un autografo, sappiate che verrà un momento, poco dopo, un istante prima di dormire che io tornerò li.

Samuel Eto’o (con Pierluigi Pardo), I piedi in Italia il cuore in Africa, Rizzoli (2010).

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Categorie: Libri, Società | Tag: , | Lascia un commento

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